Lavorare di più o lavorare meglio?

09 Giugno 2013 By In Articoli

Di Riccardo Varvelli e Maria Ludovica Lombardi - Dalla App 4Training 09/06/2013

“Lavorare di più per essere competitivi” così titolava un quotidiano di larga tiratura dopo la crociata lanciata dal primo ministro Monti a favore della Produttività. A supporto di questa affermazione veniva riportata una statistica OCSE dalla quale risultava che l’Italia per quanto riguardava la produttività nazionale era penultima nella classifica dello storico “G7” davanti al Giappone e dopo (nell’ordine di priorità ) di: Stati Uniti, Francia, Germania, Gran Bretagna e Canada.
Il commento non evidenziava che, sempre in materia di produttività, l’Italia aveva dietro di sé ben diciassette altre economie mondiali industriali grandi e piccole e facenti parte dell’OCSE.

Sempre lo stesso commento (in linea con quelli di tutti gli altri giornali che commentavano la nostra posizione) non evidenziava la ridotta distanza esistente tra la posizione italiana e quella del Canada e della Gran Bretagna per pochi punti percentuali e che la produttività industriale italiana (che è parte della produdditività nazionale) è seconda dopo la Germania.
Dunque l’Italia non è così disastrata come si vorrebbe far credere. Ma il problema è se l’indicatore scelto per misurare la produttività (PIL su ore lavorate) sia il più rappresentativo dello stato di salute di una economia o non sia troppo omnicomprensivo.
Il termine produttività appartiene al lessico della cultura d’impresa da almeno un secolo. Ha avuto momenti di grande fortuna (negli anni cinquanta del secolo scorso su spinta degli americani nascevano in Italia i Centri per la produttività) e momenti di totale avversità (negli anni settanta e ottanta del secolo scorso più nessun contratto nazionale di categoria per rifiuto dei sindacati contemplava la parola: Produttività).
Il nostro primo ministro l’ha riproposto con convinzione ed energia in occasione di un confronto Governo-Sindacati (i quali ultimi non hanno rifiutato come nel passato di parlare del tema).
Il problema sta nella interpretazione del termine e nella sua corretta e ultima definizione. La produttività non è più un dato quantitativo (prodotto interno diviso le ore lavorate) ma è quali-quantitativo. Cioè non tiene conto soltanto del: “di più” ma anche del “di meglio”, del “diverso” e del “di nuovo”. Anche queste modalità, volendo, sono misurabili e riconducibili ad un numero, permettendo di fare in tal modo alcune affermazioni paradossali quali: la produttività qualitativa oggi è più conveniente della produttività quantitativa tradizionale (soprattutto dove c’è innovazione di prodotto e non di processo) e che non sempre il “di più” è ripagante.
Talvolta vince il “di meno”: meno errori, meno sprechi, meno indecisione, meno tolleranza, meno disordine, meno diversificazione, meno burocrazia, meno autoritarismo, meno……, meno……

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