L'importanza delle parole

19 Giugno 2012 By In Articoli

Di Riccardo Varvelli e Maria Ludovica Lombardi - Dalla App 4Training 19/06/2012

Nella ultima campagna politica statunitense i due contendenti del partito democratico: Hillary Clinton e Barack Obama, parlavano la stessa lingua (l’americano) e usavano gli stessi termini ma intendevano cose diverse. Quando Hillary parlava di “Potere” intendeva la possibilità di comandare e di esercitare un ruolo guida.

Per la senatrice democratica: “Potere” era un sostantivo. Per il senatore Obama “Potere” era invece un verbo: “Yes, we can”era ed è il suo motto. Con il “we” dello slogan, Barack intendeva: gli amici, i sostenitori, i finanziatori.

Hillary invece non usò per molto tempo il “we” per evitare che la gente intendesse: Lei e suo marito Bill (il cui ricordo per alcuni non era esaltante). Quando si decise di utilizzare il pronome specificava ogni volta: “noi e cioè il mio staff”; “noi e cioè il nostro partito”.

Quando ci è stato chiesto da una grande organizzazione di casa madre francese di valutare il livello di conoscenza dei termini manageriali necessari per il dialogo fra dirigenti di funzioni diverse scegliemmo fra l’altro cinque accoppiate di termini chiedendo ai 120 dirigenti esaminati se erano sinonimi e nel caso negativo di mettere per scritto e commentare a voce quale era la differenza semantica.

Le accoppiate erano: Strategia/Tattica; Pianificazione/Programmazione; Motivazione/Soddisfazione; Ebit/Ebitda; ROI/ROE.

Più della metà degli intervistati diede la sensazione di non conoscere i termini o di non cogliere sostanziali differenze su almeno tre delle cinque accoppiate. Per quanto riguarda l’ultima, un intervistato nel leggere la sigla disse: “RUÀ” pensando che il termine fosse la traduzione in francese del termine “Re”.

Questo ultimo evento può essere una eccezione irripetibile in altre realtà, ma ricordiamo per contro la risposta scritta che venne data da un responsabile di produzione di una media azienda produttrice di macchine per la lavorazione del legno alla richiesta di definire il concetto di pianificazione. La sua descrizione suonava così: “pianificare” uguale: livellare, togliere le gobbe, smussare. Una risposta così paradossale fa pari con quella ottenuta da un valido collaboratore commerciale di una azienda dolciaria che alla domanda di cosa era una “nicchia” (intendendo ovviamente: di mercato) risposte: “loculo, luogo ove si depositano i defunti”.

Questi incidenti semantici ci hanno convinto della necessità di costruire in ogni e per ogni azienda un vocabolario. Così in una azienda farmaceutica la Intendis del gruppo Bayer è nato un libretto di 300 parole rispetto al quale è stata fatta una verifica di quanto i termini ivi compresi erano conosciuti da tutti i dipendenti. Su un campione di 15 dipendenti partecipanti ad un corso di formazione il tasso di conoscenza dei termini fu del 58%. Quasi la metà del linguaggio aziendale non era conosciuto da tutti.

In una azienda, leader nella stampa di etichette, la Eurostampa di Benevagienna, un analogo progetto ha portato ad una pubblicazione in italiano ed in inglese molto utile per il dialogo telefonico da quando la società ha acquisito una fabbrica a Cincinnati nell’Ohio. Da allora alcuni termini della casa madre piemontese intraducibili in americano, sono diventati famigliari anche oltre oceano.

Il linguaggio è lo strumento veicolare per eccellenza che garantisce l’intesa fra persone. Il linguaggio è il meccanismo che permette l’integrazione fra individui che coprono ruoli e responsabilità diverse.

Senza dialogo fra le parti diverse non c’è collaborazione e l’impresa essendo un insieme di funzioni e di enti diversi e di ruoli distinti ha bisogno della massima collaborazione.

Se non c’è dialogo fra le parti, gli obiettivi d’impresa che sono obiettivi comuni, non possono essere raggiunti: il dialogo permette tutto.

Racconta la Bibbia che Nembrod, re del paese di Sennar decise di fare una grande torre. Quando ebbe bisogno di più braccia che il suo popolo non era più in grado di offrirgli, chiamò gente di altri paesi che parlavano lingue diverse. Nembrod insegnò loro la lingua di Sennar affinché potessero lavorare insieme. Insuperbitosi per il successo iniziale della sua impresa Nembrod decise di raggiungere con essa il cielo, ma Dio sempre vigile ed un po’ preoccupato lo fermò per punire il suo smisurato orgoglio, confondendo le lingue dei suoi uomini.

Dice la Bibbia: “Essi tornarono a parlare nelle lingue di prima e si dispersero sulla faccia della Terra”.

La Torre di Babele è il più convincente esempio di come si possono affrontare le sfide più impegnative grazie al linguaggio e come le si possono perdere senza un linguaggio comune. 

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