Simulare non è predire

01 Gennaio 2013 By In Articoli

Di Riccardo Varvelli e Maria Ludovica Lombardi
 
Il significato del termine: “simulare” è andato cambiando nel tempo fino a dire il contrario della sua interpretazione originale.

Una volta, ma ancora nella maggior parte dei vocabolari della lingua italiana, “simulare” significava e significa: “fingere, mentire, dissimulare, mostrare il contrario di quello che si ha  nella mente”.
Oggi, nel linguaggio scientifico: “simulare” significa invece: “sperimentare, provare per tentativi, dimostrare la fattibilità di una ipotesi, anticipare una possibile realtà”.

Il nuovo significato è ormai entrato nel lessico d’impresa ma oggi rischia un’altra deformazione della sua interpretazione che è quella di considerare “simulazione” sinonimo di “previsione”. Il gruppo di scienziati ispirati ai lavori del cibernetico Forrester e capitanati dall’economista Meadows che misero a punto nel 1971 la prima ricerca approfondita sul futuro del pianeta con il titolo: “I limiti dello sviluppo” l’avevano intuito e presero le distanze da questo rischio scrivendo: “Va esplicitamente notato come la nostra ricerca non sia una previsione ma semplicemente una simulazione fatta sulla base di ipotesi e non di certezze”.
Malgrado questa precisazione, anzi ignorandola quando la ricerca venne pubblicata l’interpretazione data dai “media”, dai politici, ma anche da illustri professori universitari sulle sue conclusioni non fu soltanto quella di leggerla come: una “previsione” (con tutti i limiti che qualunque previsione ha in termini di tolleranze e di approssimazioni) ma persino come una “predizione” (o una “profezia”) e quindi come una certezza anticipata senza dubbi, senza campo di tolleranza, senza approssimazione. Ecco un esempio di trasformazione di un possibile accadimento in termini di simulazione in una anticipazione diventata certezza. Quando sulla base di alcune ipotesi di partenza il modello di simulazione portò alla conclusione che nel mondo di petrolio ce ne sarebbe stato ancora per 31 anni i soliti dotti catastrofisti (sempre in agguato per cogliere le notizie peggiori) ma anche la volgare speculazione (che su queste notizie si ingrassa) strepitarono e scrissero fiumi di parole sulla “fine del petrolio” (vedere: “La festa è finita; la scomparsa del petrolio” di  Richard Heinberg) e qualcuno parlò persino di fine dell’umanità (vedere “Fine corsa. Sopravviverà la specie umana alla fine del petrolio?” di Jeremy Leggett).
Trentuno anni dopo e cioè nel 2002 a discapito di queste folli e banali interpretazioni il mondo era pieno di petrolio ma catastrofisti e speculatori, purtroppo, sempre in agguato, continuarono a giocare sulla ingenuità (o sulle scarse informazioni) della gente. E come lo erano nel 2002, lo sono ancora oggi. Ne è la riprova il catastrofismo (e la speculazione imperante) che si fa intorno all’ipotesi di un riscaldamento della Terra di alcuni gradi a causa dei gas serra (qualcuno ha pensato in termini di simulazione a più 4 gradi centigradi rispetto ad oggi) con analoghe conclusioni di quanto fu detto circa l’ipotesi della fine del petrolio (vedere “La fine del mondo” di Massimo Centini) con qualcuno che riparlò persino della fine dell’umanità (vedere “L’apocalisse rimandata. Benvenuta catastrofe” di Dario Fo).
I dubbi che ciò possa effettivamente avvenire emersi alla Conferenza sul Clima del Dicembre 2009 a Copenhagen e riproposti alla Conferenza di Cancun in Messico nel Dicembre 2010 si sono ulteriormente rinforzati; qualche “catastrofista” ed alcuni scienziati hanno incominciato ad avere essi stessi dei dubbi circa le loro predizioni e convinzioni che in realtà sono solo e soltanto delle simulazioni. Ciò non autorizza coloro che gestiscono il bene comune (manager politici, manager industriali, manager del terziario) a non affrontare l’ipotesi del riscaldamento della Terra per quella parte che è dovuta al comportamento umano e cioè di coloro che operano nelle organizzazioni da essi gestite.
Fino a quando l’ipotesi del contributo antropico sarà considerata possibile (anche senza sapere quanto è probabile) il manager non può esimersi dalla responsabilità di gestire non soltanto la sua organizzazione ma anche l’ambiente nel quale tale organizzazione opera, ma egli deve saper distinguere una simulazione da una previsione e, questa, da una predizione.

Ogni tanto profeti fasulli predicono l’apocalisse finale. C’è chi sale in cima ai monti fra i picchi e pazientemente attende che la catastrofe si consumi sotto i loro piedi senza colpirli. Dopo qualche tempo mortificati si rendono conto d’essere stati gabbati. Non è successo niente. E tornano a valle derisi dagli scettici raziocinanti.
Ben Jonson e Thomas Nashe

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