Leader o speaker?

19 Novembre 2012 By In Articoli

Di Riccardo Varvelli e Maria Ludovica Lombardi - Dalla App 4Training 19/11/2012

Recenti fatti di politica (la creazione di una nuova entità di rappresentanza: il partito democratico) hanno portato alla ribalta due termini che sono stati presentati dai politici stessi come antitetici: “leader” o “speaker”.

Al di là del nefando vezzo che ha contagiato tutti coloro che scrivono o parlano di usare termini anglosassoni laddove ne esistono di più esaustivi e comprensibili in italiano, ci rendiamo conto che tradurre come da vocabolario: “leader” con “comandante” e “speaker” con “portavoce” sarebbe riduttivo e forse deviante. I due termini nel linguaggio organizzativo ma anche nel “politichese” hanno ormai assunto una dimensione diversa e maggiore da quella data dal vocabolario. Il dubbio, semmai, è se chi li usa ne conosce veramente l’attuale significato e l’interpretazione che la cultura specializzata dell’organizzazione dà ad essi, oggi.

Liquidiamo rapidamente la spiegazione del contenuto della parola “speaker” perché verrà inglobata nella successiva per dedicarci poi con maggiore attenzione al termine “leader”.

“Speaker” nel linguaggio organizzativo è colui che: “riferisce a nome degli altri”; è “colui che diventa il riferimento di un gruppo per coloro che sono esterni al gruppo; è “colui al quale il gruppo dà più o meno ampia delega di esporre il proprio pensiero chiedendogli di spiegarlo ed interpretarlo nel migliore dei modi”.

Lo “speaker” di una organizzazione è qualcuno di diverso dallo “speaker” televisivo che: “legge soltanto, non aggiunge e non toglie nulla a quanto gli viene dato da leggere”. Lo “speaker” televisivo non ha emozioni, non interpreta; lo “speaker” di una organizzazione cerca di convincere, risponde alle contestazioni, si assume delle responsabilità con le sue dichiarazioni. Per questo egli deve già avere una buona dose di “leadership”; ma “leader” completo non è ancora.

Infatti ecco le caratteristiche diffusamente condivise dagli studiosi di “leadership” o da coloro che “leader” sono stati: “Il “leader” è una persona che ha ascendente. L’Enciclopedia Britannica definisce l’ascendente: “un aggregato di doti speciali di pensiero e di comportamento che si pone all’origine del potere personale di individui considerati eccezionali, dal quale essi traggono la capacità di ottenere fedeltà e di esercitare autorità spontanea su altre persone”. Secondo la psicologia del comportamento l’ascendente si concreta in: energia, dominio, forza, coscienza di una missione da compiere e in: convinzione nel perseguire gli obiettivi.

Il “leader” è tale se gli viene riconosciuta dai suoi seguaci una grande dose di “ragion pratica”. Egli, come scrisse Von Clausewitz all’inizio dell’ottocento, deve possedere la capacità di pensare e di affrontare i problemi con estrema concretezza mirando all’azione ed al risultato.

Il “leader” deve dare l’esempio. Napoleone ai suoi comandanti oltre che all’intelligenza pratica chiedeva di essere soprattutto un modello di riferimento per i loro soldati. In una lettera al fratello Gerolamo che si apprestava ad andare in guerra, scriveva: “Devi essere soldato fra i soldati; devi bivaccare con la tua gente, essere notte e giorno a cavallo e marciare in testa con l’avanguardia”.

Il “leader” si deve difendere dalle esasperazioni emotive. Egli non è pessimista ma neanche esageratamente ottimista. Non perde mai la calma anche se talvolta impone la sua volontà con forza (ed un pizzico di prepotenza). Egli non urla ma il suo tono di voce è preciso, marcato, forte.

Il “leader” sa fare: marketing di sé stesso; sa gestire con intelligenza la sua immagine e il suo modo di vestire e di parlare. È puntuale, è rispettoso verso gli altri (non è arrogante), crede nell’educazione, sviluppa la capacità empatica di attenzione, di partecipazione, di convivenza civile. Sceglie la simpatia e rifiuta l’antipatia.

Chi sceglie l’antipatia privilegia sé contro gli altri; si disinteressa della condivisione e si concentra sul proprio io. Chi è antipatico o “fa” l’antipatico non sarà mai un “leader” perché rinuncia ad avere dei collaboratori privilegiando la propria persona e pagando il prezzo della solitudine. Questo riferimento ed il precedente affermano pertanto che il “leader” è anche “speaker”.

Il “leader” è vitale. Ha scritto Harold Geneen, storico presidente dell’ITT: “Andare al lavoro non mi è mai pesato; anzi mi ha sempre fatto piacere. Il lavoro è sempre stato la parte migliore della mia vita”.

La vitalità si basa non soltanto sulla energia fisica, ma per un “leader”, sull’energia psichica, spirituale ed intellettuale.

La vitalità è: coraggio, velocità decisionale, entusiasmo di trascinamento, produttività.

Con le suddette caratteristiche si selezionano, si individuano, si eleggono le persone che devono diventare o essere “leader”.

Se poi li si vuole chiamare “comandanti” nulla toglie al loro merito ed alle loro capacità.

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