Tecnocrazia e democrazia nell'impresa

10 Novembre 2012 By In Articoli

Di Riccardo Varvelli e Maria Ludovica Lombardi

Non è la prima volta nella storia istituzionale italiana che si parla di: governo tecnocratico; ma mai come con il governo Monti la definizione è calzante.

Non c’è ministro nella attuale compagine che provenga dalla classe politica e cioè che sia stato eletto dai cittadini come vorrebbe il cosiddetto: modello democratico. Il riferimento a tale modello sembra essere d’obbligo quando si parla di gestione degli affari pubblici e di indirizzo dei comportamenti economici e culturali di una nazione moderna. Il termine “democrazia” ha origini greche e nasce dalla unione di due parole: “demos” il cui significato prevalente è: “popolo” e: “kratus” che significa: “potere”. “Democrazia” significa dunque: “governo popolare”. Nei vocabolari si ritrova con la didascalia aggiuntiva: “dottrina e istituzione politica che assegna la sovranità di uno stato al popolo, il quale la esercita per mezzo dei suoi rappresentanti”.

Il modello democratico è ben descritto e raffigurato nel “Discorso agli ateniesi” pronunciato da Pericle ad Atene nel 461 avanti Cristo. Fra l’altro in esso si afferma: “Il nostro governo favorisce i molti invece dei pochi e per questo viene chiamato: democrazia. Qui ad Atene, noi facciamo così”. Il pensiero di Pericle e le sue dichiarazioni, un secolo dopo, vennero riprese da Aristotele in chiave critica, alla luce delle non convincenti esperienze fatte del modello democratico lungo il secolo che lo aveva preceduto. Il grande filosofo in alternativa a “Democrazia” propose il termine: “Politeia” e cioè: “governo di persone provenienti da classi e da ceti diversi” e non quindi genericamente dal: “popolo” considerato come una massa uniforme da contrapporre agli aristocratici (dal greco: “aristo”) e cioè da coloro che sono superiori al popolo per nascita e per censo, oppure ai “migliori” intellettualmente, culturalmente e moralmente.
Aristotele nei suoi scritti sulle dottrine dello Stato individua tre forme di governo della “polis” e rimarca le loro degenerazioni che insorgono quando i governanti perdono di vista il bene comune. Egli afferma che: la “tirannide” è la degenerazione della “monarchia”; la “oligarchia” è la degenerazione della “aristocrazia” e la “democrazia” è la degenerazione della “politeia”.
La quarta forma di cui parliamo ora: la “tecnocrazia” (che ha anch’essa la sua degenerazione) non fu prevista da Aristotele per ovvie ragioni: alla sua epoca la tecnica e la tecnologia non era oggetto di attenzione da parte dei filosofi.
Con la stessa combinazione di due lemmi di origine greca oggi si dice e si scrive che il governo Monti è tecnocratico e cioè che il suo potere deriva soprattutto da: “conoscenze tecnico-scientifiche ritenute oggettive e neutrali”. Gli attuali ministri del governo confermano infatti la definizione perché sono tutti provenienti da ruoli tecnici o da attività scientifiche.
Il termine: “tecnocrazia” fino a qualche anno fa considerato con disprezzo dalla classe politica, oggi dimostra invece tutta la sua valenza per risollevare le sorti di una nazione che i politici del recente passato stavano mandando in profonda crisi irreversibile. Di questo fatto i manager d’azienda dovrebbero esultare perché essi costituiscono la tecnocrazia di impresa, non essendo stati eletti dalla base operaia o impiegatizia secondo criteri democratici e costituendo un potere che non ha origine dal basso.
Soltanto nello Statuto dei Lavoratori della Repubblica popolare cinese e della Jugoslavia degli anni sessanta e settanta del secolo scorso, i capi reparto dovevano essere eletti dagli operai, ma ciò, ormai, fa parte della storia, perché tali statuti sono stati mandati al macero (se mai siano stati rispettati). Oggi, in tutte le aziende di tutto il mondo i capi vengono scelti ed eletti dall’alto secondo criteri aristocratici e per meriti prevalentemente: tecnici.
La gestione di impresa è quindi una gestione tecnocratica. Essa non è mai stata democratica ma semmai con varianti su base tecnocratica che vanno dal modello burocratico a quello paternalistico, da quello autoritario a quello partecipativo, da quello assertivo a quello permissivo. Ma sempre con criteri prevalentemente: tecnocratici lasciando ai vari Marcuse (con il suo: “L’uomo a una dimensione”), Tocqueville (con il suo “La democrazia in America”), e Touraine (con il suo “La società post-industriale”) a disquisire sulle ragioni della contrapposizione: democrazia – tecnocrazia, ai manager d’impresa diciamo di essere orgogliosi di venir chiamati “tecnocrati” meglio se con elezione aristocratica e cioè essendo stati considerati: “i migliori intellettualmente, culturalmente e moralmente”.
Ai nostri colleghi studiosi d’impresa suggeriamo invece di non perdere tempo a cercare di ragionare sull’impresa “democratica”.

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