Coach o Manager?

27 Gennaio 2012 By In Articoli

Di Riccardo Varvelli e Maria Ludovica Lombardi - Dalla App 4Training 27/01/2012

C’è differenza fra: “fare il coach” e “fare il manager”? La differenza già si legge nella definizione del ruolo.

Il “coach” (in italiano: l’allenatore) è colui che dedica tutto (o quasi tutto) il suo tempo alla buona tenuta sul campo degli uomini (o delle donne) che gli sono stati assegnati (o che egli ha scelto personalmente per vincere la sfida). Li conosce uno a uno; è al corrente delle loro problematiche personali e professionali; egli sa che il suo primo obiettivo, prima ancora di vincere la sfida sul campo è quello di ottenere una buona integrazione fra caratteri diversi, fra personalità diverse, fra culture diverse. Egli è rispettato perché, per la sua storia e per i suoi atteggiamenti, ha autorevolezza nella gestione del fattore umano (egli sa motivare) e nella conoscenza dei metodi e delle tecniche specifiche che devono essere praticate (egli sa insegnare).

Il “coach” vive costantemente a fianco dei suoi uomini (e delle sue donne); rispetta le singole specializzazioni e professionalità e non si sostituisce mai agli specialisti ed ai professionisti nel loro operare quotidiano. Il “buon allenatore” è colui che riceve l’incarico di allenare un gruppo di individui ognuno con un suo rendimento base e che sa che nell’arco di un tempo prestabilito deve portarli ad un rendimento maggiorato.

Attraverso il miglioramento della loro prestazione ed all’aumento della loro motivazione e convinzione al ruolo vincerà la sfida.

Il “manager” (dal latino: “manus agere” che tradotto in italiano corrisponde a: “maneggione”) è colui che dedica tutto (o quasi tutto) il suo tempo alla gestione economica delle risorse che gli sono state affidate e che sono, di volta in volta, con importanza diversa: le persone, il materiale, i macchinari ed il denaro. Il suo primo obiettivo è quello di raggiungere i risultati economici di budget (che talvolta gli vengono assegnati senza sentire il suo parere) integrando fra di loro le risorse disomogenee a sua disposizione. Per quanto riguarda le persone talvolta deve prescindere dall’uniformare ed omogeneizzare le differenze interculturali esistenti.

Egli è rispettato perché ha autorità formale e istituzionale. Egli comanda e ottiene (se è un buon capo): ubbidienza anche se le persone che dipendono da lui (e che quasi sempre non ha scelto) non sono convinte e motivate per quello che devono fare.

Il manager non può vivere costantemente a fianco dei suoi collaboratori perché frequentemente è impegnato in riunioni e in incontri con la direzione. Per questa ragione viene a conoscere poco dei problemi personali e famigliari dei suoi collaboratori. Egli conosce invece bene le problematiche professionali poiché egli stesso ha contribuito a definire le caratteristiche di ruolo di ogni posizione organizzativa a lui afferente. Non rispetta talvolta tali caratteristiche modificando occasionalmente in base alle urgenze le mansioni dei collaboratori sostituendosi nei momenti più critici ad essi. Egli è cosciente che l’ottimizzazione economica del sistema a lui afferente non deriva dalla ottimizzazione dei singoli contributi ma da una costante mediazione fra esigenze disparate, danneggiando talvolta il contributo dei suoi specialisti e dei suoi professionisti e vantaggio dell’obiettivo da raggiungere.

Dovendo garantire il rispetto delle urgenze del lavoro quotidiano in chiave economica egli si sostituisce ai suoi dipendenti in maniera non sempre esauriente ed efficace. Per questa ragione il “manager” diventa un impiegato in più (e non sempre il migliore).

Se il “coach” dedica almeno l’80% del suo tempo alla cura dei suoi uomini (e delle sue donne), il “manager” non ne dedica normalmente più del 20%.

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