Sapere e saper fare

20 Settembre 2012 By In Articoli

Di Riccardo Varvelli e Maria Ludovica Lombardi - Dalla App 4Training 20/09/2012

Il saper fare ha due origini. Il “sapere esperienziale” ed il “sapere nozionistico”. Il primo “sapere” non è altro che la sommatoria progressiva di azioni ripetute da parte di un singolo soggetto e dalle quali egli deduce quale è il metodo migliore, più efficiente e più efficace per risolvere un problema.
Il secondo “sapere” è invece la acquisizione di conoscenze assunte da una pluralità di soggetti e che indicano i criteri ed il metodo ideale per risolvere un problema attraverso scritti o comunicazioni orali.

Chi opera grazie al “sapere esperienziale” viene definito “un pratico”; chi opera grazie al “sapere nozionistico” viene solitamente chiamato “un teorico”.
In verità il secondo “sapere” è figlio del primo. Per poter anticipare a voce o per scritto i criteri risolutivi di un qualsiasi problema, a meno di rare intuizioni, c’è bisogno di una sistematica sperimentazione (l’approccio sperimentale di Galileiana memoria) grazie alla quale procedendo per tentativi ed errori una pluralità di operatori riconosce quale è il percorso migliore, più efficace e più efficiente per risolvere un problema.
In grande misura quindi il “sapere nozionistico” è anche “sapere esperienziale”. Perché allora si addebita l’appartenenza del primo alla TEORIA, e del secondo alla PRATICA? Perché comunemente si pensa che il “sapere nozionistico” non può comprendere tutte le possibili sfumature con le quali si potrebbe presentare un problema ed erroneamente si crede che l’esperienza personale permetta di dare ad ogni sfumatura la sua giusta risposta. Ciò può valere soltanto ad una condizione: che nella sommatoria progressiva di azioni dedicate da un unico soggetto a risolvere i problemi, il fenomeno da affrontare sia già avvenuto almeno una volta ed almeno una volta le azioni realizzate da chi lo deve risolvere abbiano dato risposta positiva. C’è bisogno, perché l’esperienza valga sempre, di una serie storica. E se il fenomeno accade per la prima volta con caratteristiche del tutto nuove a colui che dovrebbe trovare e dare una risposta sulla base della sua esperienza? Egli non può fare altrimenti che procedere per tentativi ed errori. Esattamente come procede ed ha sempre proceduto il “sapere nozionistico” ma con questa differenza: ricorrendo al “sapere nozionistico” frutto del contributo di tanti è altamente probabile che l’operatore trovi subito la soluzione; ricorrendo al suo “sapere esperienziale” l’operatore ha invece bisogno di tempo per rimuoverlo e non sempre il tempo necessario per farlo corrisponde al tempo disponibile per la risoluzione del problema. L’esperienza è unica e individuale; la sapienza è diversificata e pluralistica.
Tutto lo sforzo qui fatto nel fissare la differenza fra un sapere e l’altro non è volto a dimostrare la giustezza dell’uno contro l’erroneità dell’altro ma a sostenere la bontà di entrambi e la necessità che entrambi vengano utilizzati con rispetto reciproco.
Ha scritto Leonardo Da Vinci: “Dietro ogni buona prassi (la pratica) c’è sempre una buona teoria”.
È peraltro vero che in tutte le discipline esistono personaggi considerati “teorici” e personaggi targhettati come “pratici”.
Ai primi ancora manca l’esperienza pratica, ai secondi la conoscenza teorica. Il magazziniere semianalfabeta che ascolta con indifferenza o malcelata incapacità di comprendere l’ingegnere masterizzato al Massachussets Institute che gli spiega con grafici e tabelle la formula per calcolare la scorta minima con la quale governare il magazzino, pensando che tutto ciò che “quello” dice è teoria pura, sbaglia di grosso. Così come sbaglia di grosso l’ingegnere masterizzato al MIT che guarda con supponenza e quasi fastidio il magazziniere semianalfabeta che cerca di spiegargli come essere il suo “metodo della tacca” la soluzione migliore per governare il magazzino (il metodo consiste nel tirare una riga rossa sul contenitore dei pezzi immagazzinati e rifornire il contenitore solo quando la quantità in esso contenuta dovesse andare sotto la riga), pensando che tutto ciò che “quello” afferma è banale “pratica”.
Come risolvere questi due errori di comportamento che trovano una loro giustificazione nel credere alla bontà del metodo da entrambi applicato?
Proporre all’ingegnere supponente di fare un po’ di pratica in magazzino e al magazziniere semianalfabeta di studiare i modelli matematici che presidiano la gestione delle scorte.
A vantaggio della scienza e della sapienza è però dimostrabile che è più facile per chi sa il saper fare rispetto a chi già sa fare e deve imparare il sapere. La scienza e la sapienza, malgrado tutto prevalgono, sulla pratica e la prassi; non sempre ma quasi sempre. Perché se è vero che il sapere esperienziale precede il sapere nozionistico, è anche vero che il ben-sapere è la base del saper fare bene.

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